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L'EDITORIALE

Diabete gestazionale: verso un nuovo consenso

Sono decenni ormai che, quando si parla di diabete gestazionale, si fa riferimento a una “patologia senza consenso”. Dopo aver superato, infatti, lo scetticismo di chi, negli anni ottanta, non voleva riconoscere al diabete gestazionale la dignità di “entità clinica”, continuano a permanere notevoli differenze di vedute su vari aspetti del percorso diagnostico-terapeutico di questa patologia. Screening universale o selettivo, iter diagnostico mediante una fase unica o a due fasi, carico glucidico con 75 o 100 grammi, monitoraggio aggressivo con rischio di “medicalizzare” la gravidanza o “morbido” con il rischio di favorire un outcome materno-fetale sfavorevole e, infine, dopo la dieta solo l’insulina o anche la metformina, se non addirittura le sulfoniluree? E, ancora, a chi spetta la cura delle donne con diabete gestazionale? Quale il ruolo del diabetologo? Gran parte di questi interrogativi persistono tutt’oggi, nonostante sia ormai unanimemente accettato che il diabete gestazionale è a tutti gli effetti un’entità nosografica ben distinta che, se non riconosciuta e adeguatamente trattata, si associa a un’elevata morbilità materno-fetale. Diagnosticare il diabete in gravidanza permette di identificare donne a rischio di sviluppare il diabete di tipo 2 e altre anomalie metaboliche associate alla malattia cardiovascolare. Sono tante le affinità tra il diabete gestazionale e il diabete di tipo 2, da far sembrare uno l’anticipazione dell’altro
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