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Fake news e salute: l’eterno binomio tra diabete e alimentazione

A. Boaretto - Founder & CEO Personalive

Dieta chetogenica o low carb, dieta del gruppo sanguigno o miracolose diete per “guarire in 21 giorni”: la disinformazione online imperversa e lo fa con toni che sono diversi rispetto al classico meccanismo del clickbait.

Se provate a fare una rapida ricerca online partendo dai termini sovradescritti, vi accorgerete che spesso le pagine su cui atterrerete non sempre sono identificabili con semplicità.

A differenza delle fake news condivise sui social network o su blog che trattano temi politici o di gossip, che spesso hanno il solo scopo di incentivare la fruizione immediata del contenuto, con meccanismi volti a massimizzare i click, la condivisione o la visita alla pagina e che sono solitamente poco curati esteticamente e internamente e con grande importanza rivolta al messaggio a effetto, questo genere di disinformazione è più curata e, sebbene non abbandoni il meccanismo di “aggancio” tramite titoli “catchy” ed altisonanti, si sviluppa poi con testi estensivi e siti curati fin nei minimi dettagli, al fine di intrattenere il visitatore per lungo tempo, portandolo alla fruizione di più contenuti e con l’obiettivo di ingaggiarlo, dando credibilità alle notizie riportate.

Proprio la mancanza di una base scientifica porta le informazioni riportate su queste pagine a essere considerabili come “Fake” e pericolose.

Proviamo a farci spiegare dalla Dott.ssa Chiara Molinari il perché.

Proseguiamo con la nostra serie di articoli sulle fake news e lo facciamo con un deep dive su diabete e alimentazione.

Dieta chetogenica o low carb, dieta del gruppo sanguigno o miracolose diete per “guarire in 21 giorni”: la disinformazione online imperversa e lo fa con toni che sono diversi rispetto al classico meccanismo del clickbait.

Se provate a fare una rapida ricerca online partendo dai termini sovradescritti, vi accorgerete che spesso le pagine su cui atterrerete non sempre sono identificabili grazie alle “10 regole” per riconoscere una fake news.

A differenza delle fake news condivise sui social network o su blog che trattano temi politici o di gossip, che spesso hanno il solo scopo di incentivare la fruizione immediata del contenuto, con meccanismi volti a massimizzare i click, la condivisione o la visita alla pagina e che sono solitamente poco curati esteticamente e internamente e con grande importanza rivolta al messaggio a effetto, questo genere di disinformazione è più curata e, sebbene non abbandoni il meccanismo di “aggancio” tramite titoli “catchy” ed altisonanti, si sviluppa poi con testi estensivi e siti curati fin nei minimi dettagli al fine di intrattenere il visitatore per lungo tempo, portandolo alla fruizione di più contenuti e con l’obiettivo di ingaggiarlo dando credibilità alle notizie riportate.

Questo è un problema da un lato perché spesso l’utente non possiede le competenze necessarie alla valutazione della veridicità di un argomento medico, e spesso diventa vittima delle suggestioni suggerite da queste pagine, e dall’altro perché l’interesse verso alcuni argomenti (es. alimentazione e diabete) è talmente elevato che sono direttamente gli utenti a ricercare informazioni a riguardo, e lo fanno tramite una ricerca generica che li porta a fruire informazioni da siti che spesso non sono in grado di riconoscere come senza basi scientifiche.

Per farci un’idea del volume del fenomeno ci basta osservare quante ricerche vengono effettuate mensilmente in Italia:

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Figura 1. Volumi di ricerca in Italia di termini collegati a “Diabete e Alimentazione” – Top 15.

Proprio la mancanza di una base scientifica porta le informazioni riportate su queste pagine a essere considerabili come “Fake” e pericolose.

Proviamo a farci spiegare dalla Dott.ssa Chiara Molinari il perché.

Dieta chetogenica

Togliere l’insulina a un diabetico. Un sogno che, per chi soffre di diabete mellito tipo 2, può diventare realtà, anche per pazienti che prendono i farmaci orali antidiabetici. Togliere l’insulina sembrava impossibile, laddove tutti i farmaci hanno fallito, la dieta chetogenica può vincere una battaglia importante per i malati di tutto il mondo”. Campeggia su uno dei molteplici siti che postano temi al riguardo – esteticamente ben fatto e che conta su articoli correlati e medici a supporto della veridicità dell’articolo.

dieta-chetogenica

Qual è il vero ruolo della dieta chetogenica nella gestione del diabete di tipo 2?

Da un punto di vista strettamente fisiopatologico, essendo i carboidrati la principale fonte di glucosio, ridurne l’assunzione potrebbe portare a una riduzione del fabbisogno insulinico, un miglioramento della sensibilità insulinica e una riduzione della glicemia post-prandiale, rappresentando un’opzione nella gestione delle patologie metaboliche, tra cui il diabete tipo 2, e l’obesità. I regimi alimentari chetogenici (ketogenic diet, KD), le diete a basso o molto basso contenuto di carboidrati (low-carb diet, LCD and very-low carb diet, VLCD) si sono dimostrate effettivamente efficaci nel ridurre il peso corporeo e migliorare il compenso glicemico (che non significa necessariamente eliminare la terapia insulinica…) 1.

Tuttavia, questi regimi alimentari, sbilanciati a favore di lipidi e proteine, non sono appropriati per tutti i pazienti con diabete (e certamente non per “i malati di tutto il mondo”). Nei pazienti con diabete tipo 2 è necessario bilanciare il potenziale beneficio con un possibile aumento del rischio cardiovascolare dovuto al peggioramento del profilo lipidico; nei soggetti con malattia renale, un aumentato apporto proteico è dimostrato essere controproducente. In pazienti che assumono particolari terapie orali per il diabete (SGLT inibitori), vi è un rischio intrinseco di chetoacidosi diabetica euglicemica e l’eliminazione o la forte riduzione di carboidrati rappresentano uno dei fattori scatenanti questo grave e potenzialmente fatale effetto collaterale.

Infine, ma non per minore importanza, i trial condotti su tali regimi alimentari, sono generalmente di breve durata, poco confrontabili tra loro per la quota di carboidrati “concessa”. Pertanto, non sono noti gli effetti e la sostenibilità, in termini di sicurezza, di tali regimi alimentari per periodi medio-lunghi.

Quel che si è dimostrato efficace, piuttosto che ridurre o azzerare la quota di carboidrati, è scegliere la corretta fonte di tale macronutriente, vale a dire alimenti qualitativamente migliori, a più basso indice glicemico e maggiore contenuto di fibre.

Le raccomandazioni nutrizionali nella gestione del diabete tipo 2, del pre-diabete e dell’obesità non indicano un unico schema alimentare per tutti i pazienti con diabete, ma piuttosto suggeriscono un approccio individualizzato, che consideri le specifiche necessità in termini di macro- e micronutrienti, valutando le preferenze del paziente e gli obiettivi metabolici prefissati.

Dieta del gruppo sanguigno

Guarito dal diabete tipo 2 con la dieta del Dott. XYZ. Questa è la storia di Tizio, gruppo sanguigno A, che ci dimostra come costanza e coraggio siano elementi indispensabili per ritrovare la salute”.

Troviamo scritto su uno dei siti che la pubblicizza la dieta miracolosa, che punta forte sul racconto in prima persona del fantomatico Tizio “Vorrei farvi conoscere la mia storia, e di come sono riuscito a risolvere una situazione difficile e per alcuni versi drammatica…”.

Perché la dieta del gruppo sanguigno e le sue promesse sono false?

La dieta del gruppo sanguigno è stata proposta dal naturopata Peter J. D’Adamo nel 1996, intitolato “Eat Right 4 Your Type”, e propone che ogni individuo debba seguire una dieta specifica in relazione al proprio gruppo sanguigno, eliminando alcuni (molti) alimenti. È proprio l’estrema selettività di questi regimi alimentari, poco bilanciati e arbitrari, che porta a una dieta di fatto ipocalorica, riducendo il “cibo spazzatura” e preferendo alimenti freschi e poco trasformati. È pertanto verosimile che seguire questo tipo di alimentazione nel breve periodo porti a un complessivo miglioramento di alcuni parametri metabolici. Tuttavia, l’esclusione completa di alcuni gruppi di alimenti potrebbe non assicurare la dose giornaliera raccomandata di macronutrienti e micronutrienti 2 3.

Non esiste alcun razionale scientifico a supporto della dieta del gruppo sanguigno. Vi sono evidenze che suggeriscono un aumento della vulnerabilità di alcuni tipi di sangue a particolari malattie e altre che mostrano un’associazione tra alcune varianti genetiche e la risposta a diete specifiche, ma non ci sono prove che l’aderenza alla dieta del gruppo sanguigno fornisca benefici per la salute. L’aderenza a determinate diete “di tipo sanguigno” è stata associata a effetti favorevoli su alcuni fattori di rischio cardiometabolico, ma queste associazioni appaiono indipendenti dal genotipo ABO dell’individuo, scardinando di fatto l’ipotesi alla base delle teorie di D’Adamo e seguaci. Riportare per altro il successo di singoli individui non testimonia il valore scientifico della teoria e dell’intervento.

Curare il diabete in 21 giorni

Questa parte da promesse decisamente altisonanti: “Sì …il diabete tipo 2 è una malattia curabile.

Malgrado la medicina allopatica sostenga che il diabete tipo 1 e 2 sono incurabili, la nostra esperienza clinica quotidiana ci dimostra che in 21 giorni il 53% dei diabetici tipo 2 e il 30% dei diabetici tipo 1 riesce ad abbandonare i farmaci e a raggiungere un livello di glicemia normale a digiuno pari a 85, o al di sotto di 100”.

È davvero possibile? Su quali principi scientifici si basa questa argomentazione?

In primo luogo, è necessaria una precisazione. Per guarigione s’intende il completo superamento di una malattia, con ripristino della condizione di salute. Per remissione invece, intendiamo il miglioramento di sintomi e parametri oggettivi (biochimici, radiologici…) nell’ambito delle malattie croniche, ove il processo morboso persiste nell’organismo e alterna fasi di regressione a fasi di esacerbazione.

Nel caso del diabete, sia esso tipo 1 o tipo 2, non è possibile parlare di guarigione, ma solo, in alcuni selettivi casi, di remissione.

Questo perché le terapie a nostra disposizione non sono in grado di revertire i meccanismi alla base dei diversi tipi di diabete, ma hanno un ruolo sostitutivo (come nel caso della terapia insulinica) o modulante il metabolismo glucidico. I cambiamenti dello stile di vita, allo stesso modo, possono migliorare il controllo glucidico e metabolico, ma non curano il diabete.

Nei soggetti con diabete tipo 1 si può assistere, nelle fasi iniziali, a un periodo di remissione, ovvero in cui si osserva una graduale diminuzione del fabbisogno insulinico. Il compenso glicometabolico rimane buono e si può arrivare sino alla possibile completa sospensione del farmaco. Questo periodo è temporaneo e ha una durata variabile, viene definito “luna di miele”. All’infuori di questa parentesi, sospendere la terapia insulinica nei soggetti con diabete tipo 1 porta rapidamente a iperglicemie persistenti e chetoacidosi, con conseguenze potenzialmente fatali.

Nei soggetti con diabete tipo 2, uno stile di vita sano, secondo le indicazioni del diabetologo, può indurre calo ponderale, ridurre l’insulino-resistenza e migliorare i parametri metabolici del paziente. Può quindi contribuire a ridurre, in alcuni casi sospendere, i farmaci per il controllo della glicemia. Tuttavia, la condizione morbosa (il diabete) persiste, e i controlli devono essere eseguiti periodicamente e con regolarità.

Tornando al programma di “guarigione” del diabete in 21 giorni, da quanto si può apprendere dal web, prevede un “un approccio naturale a trecentosessanta gradi che tiene conto di alimentazione, emozioni, stile di vita e rimedi naturali”, basato essenzialmente sulla dieta vegana, con l’eliminazione completa delle proteine di origine animale.

La dieta vegetariana/vegana, rispetto ad altri modelli di diete estreme, rappresenta un modello alimentare concreto, la cui sostenibilità a lungo termine è facilitata dall’ampia gamma di alimenti disponibili e al maggiore effetto saziante. Nonostante un frequente aumento nell’assunzione dei carboidrati, il basso contenuto di grassi e l’elevato consumo di fibre sono in grado di influenzare positivamente la composizione corporea e la sensibilità all’insulina.

Le evidenze scientifiche disponibili suggeriscono un’efficacia pari alla dieta mediterranea e pari o lievemente superiore alle diete convenzionali per il trattamento del diabete tipo 2. È però necessario sottolineare che gli studi di intervento disponibili sono pochi, presentano risultati su piccoli campioni con durata di intervento limitata (generalmente non superiore a 6 mesi). Queste limitazioni metodologiche non ci permettono di essere conclusivi. Inoltre, i regimi alimentari vegani espongono al rischio di carenze nutrizionali e pertanto devono essere accompagnati da specifiche supplementazioni (calcio, vitamina D, vitamina B12), mentre sono del tutto sconsigliati in donne in gravidanza e allattamento, neonati, bambini e adolescenti. La dieta vegana rappresenta pertanto un’opzione per soggetti adulti con diabete tipo 2, adeguatamente motivati, consapevoli della necessità di adeguata pianificazione, preferibilmente con un professionista sanitario, per limitare il rischio di inadeguatezza nutrizionale su specifici micronutrienti 4 5.

Tiriamo le somme.

Abbiamo visto come già con questi tre esempi il processo di riconoscimento della fake news sia lungo e difficilmente alla portata del paziente.

E questi sono solamente alcune delle fake news a tema alimentazione e diabete che circolano in rete ai giorni nostri. Chissà cos’altro leggeremo nei prossimi anni.

Ma quali sono i rischi per il paziente?

Lo chiediamo ancora alla Dott.ssa Molinari:

L’impatto emotivo del diabete e della sua terapia sui pazienti è elevato. Suggerire soluzioni apparentemente definitive, promettere bacchette magiche e presentare casi di singoli individui che “ce l’hanno fatta” fa leva proprio su questa fragilità. Chiunque di noi sarebbe contento di risolvere una grossa preoccupazione con pochi e semplici accorgimenti (anche se regimi alimentari così restrittivi si dimostrano di difficile aderenza nel lungo periodo). In queste narrative, si fa spesso riferimento a soluzioni e rimedi naturali, ipotesi suggestive volte a motivare i pazienti a rinunce e limitazioni altrimenti difficilmente sopportabili.

I risultati vengono descritti come miracolosi, raggiungibili in breve tempo, ma spesso non viene fatta menzione su quel che succede a medio e lungo termine, né in termini di efficacia, né in termini di sicurezza.

Per l’applicazione di questi regimi alimentari, così come l’assunzione di alimenti funzionali, prodotti erboristici e integratori alimentari, il paziente è tentato dal fai-da-te, senza sorveglianza medica, con rischio di carenze nutrizionali e potenziale tossicità.

In queste divulgazioni dovrebbe essere chiarito che, fino a quando non saranno disponibili sicure evidenze, i teorici benefici di questi regimi alimentari non sono supportati da prove scientifiche.

Questo genere di “pubblicità ingannevole”, oltre a essere profondamente irrispettosa per chi vive la malattia sulla propria pelle quotidianamente, spesso si associa anche alla vendita web di libri, corsi e prodotti altrettanto “miracolosi”, dal contenuto “naturale” e misterioso, creando un giro d’affari anche rilevante.

Con queste premesse una domanda ci sorge spontanea:

Come si possono combattere le fake news?

Per darvi una risposta, ci rifacciamo a un report di un anno fa finanziato dall’Open Society Institute 6:

Lo studio focalizza su 3 diverse variabili:

• Istruzione

• Libertà di stampa

• Fiducia

Istruzione: perché, afferma, che una popolazione capace di comprendere un testo scritto, risolvere problemi empirici ed effettuare correlazioni logiche è meno suscettibile alle notizie false.

Libertà di stampa: in quanto la variabile risulta legata alla possibilità di confrontare fonti diverse garantendo l’accesso a punti di vista indipendenti e portando l’utente a essere libero di investigare sulle notizie senza difficoltà.

Fiducia: intesa come fiducia nelle istituzioni e negli enti formali quali portatori di verità, pratica che sottolinea un certo livello di coesione sociale e che porta gli utenti a non ricercare contro-informazione non verificata.

Tramite uno studio su base europea, il report afferma che i paesi del nord Europa risultano maggiormente resistenti alle fake news, mentre i paesi del Sud e dell’area balcanica sono più vulnerabili al fenomeno.

E l’Italia?

Siamo 21esimi su 35 paesi investigati.

La chiave è dunque quella di un cambiamento strutturale.

Bibliografia

1 Bolla AM, Caretto A, Laurenzi A, et al. Low-carb and ketogenic diets in type 1 and type 2 diabetes. Nutrients 2019;11:962.

2 Cusack L, De Buck E, Compernolle V, et al. Blood type diets lack supporting evidence: a systematic review. Am J Clin Nutr 2013;98:99-104.

3 Wang J, Garcìa-Bailo B, Nielsen DE, et al. ABO genotype, ‘Blood-Type’ diet and cardiometabolic risk factors. PLoS One 2014;9:e84749.

4 Chester B, Babu JR, Greene MW, et al. The effects of popular diets on type 2 diabetes management. Diabetes Metab Res Rev 2019:e3188.

5 Focus on SID. Le diete alternative: una guida per il paziente con diabete, 2017.

6 Lessenski M. Common sense wanted resilience to ‘post-truth’ and its predictors in the new media literacy index 2018. Open Society Institute, 2018.

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